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Franchetta Borelli

Tra il 1587 e il 1589, il piccolo borgo ligure di Triora, nell’entroterra imperiese, fu teatro di una delle piu’ note persecuzioni per stregoneria della storia italiana. Un’ondata di denunce e sospetti, innescata da una grave crisi alimentare e dai giochi di potere dei notabili locali, porto’ all’arresto di 33 persone, per lo piu’ donne, accusate di far parte di una setta satanica.Le indagini, inizialmente affidate ai vicari dell’Inquisizione e del Vescovo di Albenga, furono poi gestite da Giulio Scribani, commissario secolare inviato da Genova. Fu lui a trasformare quella che era partita come una “piccola caccia” in una repressione su larga scala, estendendo le indagini anche ai borghi vicini e facendo largo uso della tortura.In quel clima di terrore, nove donne morirono tra atroci sofferenze: alcune sotto tortura, altre per le disumane condizioni carcerarie.Ma a resistere fino alla fine, diventando un simbolo di coraggio e dignita’, fu Franchetta Borelli, benestante Triorese.Franchetta fu accusata di essere una delle “principali streghe” e sottoposta a piu’ di 23 ore consecutive di tortura. La sua forza d’animo stupi’ anche gli stessi inquisitori: non solo non crollo’, ma rispose alle violenze fisiche con lucidita’, sarcasmo e incredibile resistenza. “Mi manca il fiato… se non mi calate adesso, mi calerete morta”, grido’ durante l’agonia. Arrivo’ perfino a ridere in faccia ai suoi aguzzini. L’implacabile Scribani vide in quella fermezza un segno di malvagita’ diabolica, ma fu costretto a fermarsi: Franchetta non cedeva.Alla fine, nonostante le pressioni, non fu condannata a morte. La sua liberazione fu possibile anche grazie alla sua rete di conoscenze e all’intervento della Congregazione del Sant’Uffizio, che censuro’ il comportamento di Scribani e pose fine all’ondata repressiva. Il giudice fu scomunicato, anche se temporaneamente, e la caccia alle streghe di Triora si chiuse con un bilancio tragico, ma non senza un barlume di giustizia.La vicenda di Franchetta Borelli rimane una pagina emblematica della storia italiana, non solo per la ferocia del potere inquisitoriale, ma per il raro esempio di resistenza femminile in un’epoca dominata dalla paura, dalla superstizione e dal patriarcato.